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L’era post Covid-19. Una spinta verso un carico ambientale e un turismo più sostenibili.Tempo di lettura stimato: 3 min

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In questo periodo di lockdown mentre i cittadini sono costretti a passare le giornate a casa, la natura sembra risplendere, le acque ormai torbide da anni sono tornate ad essere cristalline, gli animali selvatici si sentono liberi di scorrazzare anche nelle grandi città, persino l’inquinamento globale sembra essersi ridotto. Vedere immagini di città come Roma o Venezia completamente vuote in queste giornate mi ha colpito molto, credo di aver immaginato queste città respirare, prendere una grande boccata di ossigeno e scrollare le spalle lentamente, come a voler godere pienamente di quella sensazione di pace e armonia che si ha a prima di chiudere gli occhi e coricarsi a letto dopo una lunga giornata di lavoro. Nell’immaginare tutto ciò ho ricordato quanto, qualche anno fa, riportavo nella mia tesi di laurea sul turismo sostenibile in Abruzzo. Parlavo di capacità di carico fisico-ecologica, economica e socioculturale, ma mai forse, come in questo momento ho potuto “toccare con mano” il significato di queste parole che tanto facevano eco nella mia testa.

Vedere le grandi città respirare mi ha fatto riflettere su quanto il carico ambientale influenzi il benessere delle nostre città e della nostra quotidianità. Ma lLa capacità di carico dell’ambiente (in inglese “carrying capacity“), generalmente intesa come la capacità di un ambiente e delle sue risorse di sostenere un certo numero di individui, è un elemento fondamentale anche per inquadrare dal punto di vista della sostenibilità i fenomeni turistici.

La capacità di carico turistica viene definita dall’Organizzazione Mondiale del Turismo come “il massimo numero di persone che possono visitare una destinazione turistica, nello stesso periodo, senza causare una distruzione dell’ambiente fisico, economico e socioculturale e un’inaccettabile riduzione della qualità dell’esperienza del visitatore” (Mexa, Coccossis, 2004, p. 38). Proprio leggendo questa definizione, sembra inevitabile chiedersi, “il turismo di massa che stanno vivendo tante località nel mondo e in Italia come può conciliarsi con i processi ecologici, la diversità biologica, il benessere delle persone, in poche parole con un carico ambientale sostenibile?”

E allora questo momento storico e l’inevitabile necessità di evitare fenomeni “di massa” che tale momento porta con sè sono lo stimolo che non possiamo lasciare nell’indifferenza. Dobbiamo ripensare il nostro modo di viaggiare ma soprattutto incentivare nuove modalità di viaggiare e di fare esperienze.

E allora immagino un “turismo diffuso” in cui i turisti o meglio i viaggiatori visitano i tanti piccoli paesi del nostro territorio, borghi ormai abbandonati, dove adesso a farla da padrona sono i cartelli affissi con scritto vendesi sulle finestre e sui balconi. Immagino un turismo che delocalizzi l’offerta turistica dai maggiori centri urbani alle periferie più lontane, attraverso nuove proposte culturali, artistiche, ambientali, di intrattenimento, ma anche attraverso nuove forme di mobilità. Immagino sempre più tour operator sottoscrivere la Carta per il Turismo Sostenibile, ovvero impegnarsi a ridurre e controllare meglio l’impatto ambientale e socio culturale che i viaggi proposti creano sulle destinazioni finali. Un turismo più lento, il cui punto di forza sia la qualità e non la quantità, che promuovi lo sviluppo delle eccellenze territoriali e che valorizzi l’unità identitaria del made in Italy. Immagino un turismo che dia impulso ai green jobs, che dia la possibilità ad antichi borghi di ripopolarsi, che aiuti a ridurre il sovrappopolamento di quelle città diventate difficilmente vivibili per gli alti costi degli affitti, per le difficoltà degli spostamenti in quella che sembra una giungla post-moderna.

Abbiamo tutto quello che serve per poter rivoluzionare la nostra offerta turistica, la nostra accoglienza e la nostra quotidianità. Penso allo smart working, ai processi di responsabilizzazione, alla possibilità di poter lavorare lontani dal caos, dalle grandi città che pur nella loro magnificienza a volte ci sono così strette. Penso a tutte quelle piccole rivoluzioni sfidanti ma necessarie che ci permetterebbero di equilibrare il carico ambientale dei nostri territori e anche il nostro carico emotivo ormai messo sempre più a dura prova.