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L’era post Covid-19. Una spinta verso un carico ambientale e un turismo più sostenibili.

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In questo periodo di lockdown mentre i cittadini sono costretti a passare le giornate a casa, la natura sembra risplendere, le acque ormai torbide da anni sono tornate ad essere cristalline, gli animali selvatici si sentono liberi di scorrazzare anche nelle grandi città, persino l’inquinamento globale sembra essersi ridotto. Vedere immagini di città come Roma o Venezia completamente vuote in queste giornate mi ha colpito molto, credo di aver immaginato queste città respirare, prendere una grande boccata di ossigeno e scrollare le spalle lentamente, come a voler godere pienamente di quella sensazione di pace e armonia che si ha a prima di chiudere gli occhi e coricarsi a letto dopo una lunga giornata di lavoro. Nell’immaginare tutto ciò ho ricordato quanto, qualche anno fa, riportavo nella mia tesi di laurea sul turismo sostenibile in Abruzzo. Parlavo di capacità di carico fisico-ecologica, economica e socioculturale, ma mai forse, come in questo momento ho potuto “toccare con mano” il significato di queste parole che tanto facevano eco nella mia testa.

Vedere le grandi città respirare mi ha fatto riflettere su quanto il carico ambientale influenzi il benessere delle nostre città e della nostra quotidianità. Ma lLa capacità di carico dell’ambiente (in inglese “carrying capacity“), generalmente intesa come la capacità di un ambiente e delle sue risorse di sostenere un certo numero di individui, è un elemento fondamentale anche per inquadrare dal punto di vista della sostenibilità i fenomeni turistici.

La capacità di carico turistica viene definita dall’Organizzazione Mondiale del Turismo come “il massimo numero di persone che possono visitare una destinazione turistica, nello stesso periodo, senza causare una distruzione dell’ambiente fisico, economico e socioculturale e un’inaccettabile riduzione della qualità dell’esperienza del visitatore” (Mexa, Coccossis, 2004, p. 38). Proprio leggendo questa definizione, sembra inevitabile chiedersi, “il turismo di massa che stanno vivendo tante località nel mondo e in Italia come può conciliarsi con i processi ecologici, la diversità biologica, il benessere delle persone, in poche parole con un carico ambientale sostenibile?”

E allora questo momento storico e l’inevitabile necessità di evitare fenomeni “di massa” che tale momento porta con sè sono lo stimolo che non possiamo lasciare nell’indifferenza. Dobbiamo ripensare il nostro modo di viaggiare ma soprattutto incentivare nuove modalità di viaggiare e di fare esperienze.

E allora immagino un “turismo diffuso” in cui i turisti o meglio i viaggiatori visitano i tanti piccoli paesi del nostro territorio, borghi ormai abbandonati, dove adesso a farla da padrona sono i cartelli affissi con scritto vendesi sulle finestre e sui balconi. Immagino un turismo che delocalizzi l’offerta turistica dai maggiori centri urbani alle periferie più lontane, attraverso nuove proposte culturali, artistiche, ambientali, di intrattenimento, ma anche attraverso nuove forme di mobilità. Immagino sempre più tour operator sottoscrivere la Carta per il Turismo Sostenibile, ovvero impegnarsi a ridurre e controllare meglio l’impatto ambientale e socio culturale che i viaggi proposti creano sulle destinazioni finali. Un turismo più lento, il cui punto di forza sia la qualità e non la quantità, che promuovi lo sviluppo delle eccellenze territoriali e che valorizzi l’unità identitaria del made in Italy. Immagino un turismo che dia impulso ai green jobs, che dia la possibilità ad antichi borghi di ripopolarsi, che aiuti a ridurre il sovrappopolamento di quelle città diventate difficilmente vivibili per gli alti costi degli affitti, per le difficoltà degli spostamenti in quella che sembra una giungla post-moderna.

Abbiamo tutto quello che serve per poter rivoluzionare la nostra offerta turistica, la nostra accoglienza e la nostra quotidianità. Penso allo smart working, ai processi di responsabilizzazione, alla possibilità di poter lavorare lontani dal caos, dalle grandi città che pur nella loro magnificienza a volte ci sono così strette. Penso a tutte quelle piccole rivoluzioni sfidanti ma necessarie che ci permetterebbero di equilibrare il carico ambientale dei nostri territori e anche il nostro carico emotivo ormai messo sempre più a dura prova.

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Nuovo articolo sul blog economiacomportamentale.it: ‘Percezione e comunicazione del rischio, IL CASO COVID 19’

In che modo l’incertezza influenza la nostra preoccupazione legata al Coronavirus? Come avviare una comunicazione efficace che renda i cittadini consapevoli del rischio e al tempo stesso capaci di applicare il giusto comportamento precauzionale?

Ne parlo in questo articolo per il blog economiacomportamentale.it.

Buona lettura.

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Nuovo articolo sul blog economiacomportamentale.it: ‘La fallacia del Concorde’

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Se siete alla ricerca di una lettura piacevole e interessante da “sfogliare” sotto l’ombrellone ho una proposta per voi, l’articolo che ho scritto per il blog di economiacomportamentale.it intitolato ‘La fallacia del Concorde’.

Di cosa tratta l’articolo?

Un excursus di esempi quotidiani e storici che vi faranno conoscere e riflettere su un bias di cui in fondo tutti noi abbiamo fatto e facciamo esperienza: il ‘SunkCostEffect’, in italiano ‘fallacia dei costi irrecuperabili’ o anche ‘fallacia del Concorde’.

Se desideri leggere l’articolo, clicca sul link in basso.

Link 👉 La fallacia de Concorde

Buona lettura! 🤓



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Il microcopy

microcopy

Microcopy” è un termine piuttosto recente, coniato da Joshua Porter nel 2009, che si riferisce alle lettere, alle parole, alle frasi presenti in un prodotto, in un software o su un sito web che aiutano, guidano e forniscono feedback agli utenti. Si tratta di una componente importante per una efficace user experience, scopriremo nelle prossime righe il perché. Continua a leggere Il microcopy

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Le nuove frontiere della user experience

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A volte nell’utilizzare oggetti quotidiani dalla funzione semplice come impostare lo schermo tv col telecomando o utilizzare un’interfaccia grafica per mandare una mail capita di sentirsi persi.

Dov’è il tasto invio?
Ah sì eccolo, sul tasto c’è scritto COMPONI e si trova in alto a destra.

Frustrante, vero? Continua a leggere Le nuove frontiere della user experience

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Avere una scelta di acquisto sempre più ampia è davvero un vantaggio?

Non si può negare che la scelta migliori la qualità delle nostre vite. Ci consente di controllare i nostri destini e avvicinarci a ottenere esattamente ciò che vogliamo in qualsiasi situazione. La scelta è ciò che ci consente di dire al mondo chi siamo e cosa ci interessa, ogni scelta che facciamo è una testimonianza della nostra autonomia.

La modernità ha fornito un’esplosione di scelta in due diversi aspetti: da una parte nelle aree della vita in cui le persone hanno sempre avuto già possibilità di scelta, il numero di opzioni disponibili per loro è aumentato drammaticamente, dall’altra, nelle aree della vita in cui c’erano poche o addirittura nessuna scelta, ora sono apparse opzioni copiose. Continua a leggere Avere una scelta di acquisto sempre più ampia è davvero un vantaggio?

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Il premio Nobel conferma la spinta gentile verso un’ economia comportamentale

Il premio Nobel, onorificenza dal valore mondiale attribuita ogni anno a persone che si sono distinte nei diversi campi del sapere, apportando «i maggiori benefici all’umanità» per i propri studi, scoperte e invenzioni, conferma anche per quest’anno la spinta gentile verso un’ economia comportamentale, ovvero la disciplina  nota per esplorare come i bias psicologici inducano la gente ad agire in modi lontani dal puro interesse razionale.

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Il bias che ostacola la creatività: perché le persone desiderano ma faticano ad accettare idee creative?

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Spesso le persone in generale e soprattutto membri di organizzazioni e accademici respingono idee creative nonostante siano essi stessi a promuoverne e a sottolinearne l’importanza.

Perché ciò avviene?

Una possibile risposta ci viene data da uno studio della Cornell University del 2011 che ha analizzato uno dei maggiori fattori scatenanti del cosidetto “bias della creatività”: l’incertezza.

L’incertezza è una condizione poco piacevole relativa a una conoscenza limitata.  Essa rappresenta l’habitat naturale, l’ingrediente fondamentale della vita umana, “sebbene la speranza di sfuggire a essa per raggiungere uno stato di felicità sia anche il motore stesso delle attività umane” (Bauman, Z. 2008).
La creatività sfida il nostro modo di pensare abituale, ci spinge al di là della nostra comfort zone ed è per questo che la maggior parte delle persone, anche se in maniera poco esplicita, tende ad evitarla o a ridurla il più possibile.
Tutto ciò non deve sorprenderci.

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Il Nudge, una spinta gentile che aiuta a vivere meglio

Oggi vi propongo un articolo pubblicato sul blog del dottorato in Business and Behavioural Sciences e scritto dalla mia collega Serena Iacobucci, su uno dei temi più attuali e affascinanti della behavioral economics, ovvero il nudging.

Che cos’è il nudging?

Partendo da un’analisi etimologica, “to nudge”, in inglese, è un verbo che sta a indicare il dare una piccola, leggera e gentile spinta. La celeberrima immagine, e probabilmente la più dolce e rappresentativa che ci aiuta a riassumere questo concetto, è quella dell’animale adulto che dà una piccola spinta al suo cucciolo per aiutarlo a superare un ostacolo o a buttarsi in un’esperienza che lo spaventa.

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