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La società postmodernaTempo di lettura stimato: 3 min

Sono stati pochi i termini di cui negli ultimi anni si è così tanto parlato e a volte abusato quanto “postmoderno“, “postmodernismo“, “postmodernista“.

Il pensiero postmoderno ha abbracciato tutti i campi del nostro secolo: dall’architettura, alla geografia, la, storia, la psicologia, la sociologia, l’antropologia, la giurisprudenza e ovviamente l’economia.

Ma che cos’è questa nuova visione postomoderna? E  quali cambiamenti ha portato nella società?

Secondo gli esponenti più notevoli, il postmodernismo “filosofico” risulta dallo ‘scetticismo verso le metanarrazioni o qualunque cosa definisca l’idea di una spiegazione onnicomprensiva  e totalizzante; dall’eterotopia, ovvero la connessione con diversi spazi che neutralizza o inverte l’insieme dei rapporti da essi stessi designati‘.

A partire dall’inizio degli anni settanta la visione moderna di progresso ineluttabile, scoperte scientifiche e di libertà dalle oppressioni  ha lasciato il posto alla celebrazione dello scetticismo, della sovversione, dell’ironia,  del paradosso, dello spettacolo e dall’ostilità per le generalizzazioni.

Tali rovesciamenti hanno avuto considerevoli effetti in tutti i campi prima citati, nella filosofia si è abbandonato il rigore del pensiero logico per lasciar spazio al neo-pragmatismo; nel campo scientifico le certezze raggiunte hanno aperto nuovi quesiti sull’indeterminatezza del mondo naturale e la prossimità con il mondo spirituale; nelle arti la distanza tra arte elevata ed arte profana si è contratta sempre più; in management si predilige la flessibilità alla specializzazione e si diffondono organizzazioni sempre meno gerarchiche.

Come affermato da Weber“la struttura latente del postmoderno è il reincantamento del mondo, dopo che il moderno, con le sue leggi, le sue regole, il calcolo razionale l’estrapolazione lineare, la scienza, aveva sottratto alla mente, ma soprattutto ai cuori, la possibilità di porsi stupiti e ammirati davanti alla vita”.

I postmodernisti si rifiutano di imporre  ordine e coerenza assoluta su una realtà frammentata e caotica; piuttosto accettano la limitatezza della conoscenza e vogliono compiacersi della contingenza, della diversità del mondo, sentirsi a proprio agio nell’incertezza, imparare a vivere senza soluzioni definitive.

La seguente frase di Popper  ben racchiude metaforicamente il passaggio che ci sta vedendo protagonisti: “Stiamo passando da un mondo degli orologi – deterministico, ordinato, prevedibile – a un mondo delle nuvole – irregolare, mutevole, cangiante, caotico, imprevedibile”.

L’approdo all’era postmoderna ha necessariamente significato un profondo mutamento della struttura e delle dinamiche dei paesi industrializzati.

“Al termine postmoderno vengono oggi associati fenomeni irregolari, caos, frammentazione, mancanza di punti di riferimento, un forte eclettismo, ma anche un’ anelata ricerca di esperienze proiettata ad esprimere la propria identità  e unicità, spesso  estremizzata in un culto ipertrofico della personalità. Nel nostro tempo gli individui tendono a ricercare forme di “ricomposizione sociale”, basate su libere scelte emotive” (Maffesoli, 2004).

La postmodernità lascia spazio a nuove forme di socialità, di riaggregazione sociale, non più legate a meccanismi contrattuali. Viene superata l’idea illuminista di progresso (uno dei cardini dell’epoca moderna), per lasciar spazio ad una emancipazione e ad un miglioramento continuo proiettato ad un incessante processo di miglioramento e di accumulazione del sapere.

Come anche affermato da Stephen Brown nel suo saggio sul marketing postmoderno, la società attuale in cui il mondo del consumo acquisisce una centralità nuova, può essere sintetizzata nell’espressione: ”compro dunque sono“.

La cultura postmoderna ha creato una sorta di nostalgia disinteressata, con i consumatori non solamente desiderosi di essere trasportati in un “nostalgico nirvana”, ma voyeuristicamente desiderosi di sperimentare ciò in quanto momento di eccitazione  e sollecitamento di sensi.

Tale esposizione rivela la tensione del mercato consumistico moderno tra il desiderio di un’esperienza individualista e il bisogno di nuove forme di socialità e di legittimazione.

In questo modo le “attribuzioni di senso”, così come i consumi stessi, non possono più esser considerati in maniera isolata ma come “espressione dì” e per questo altrettanto capaci di produrre senso.