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Il turista postmodernoTempo di lettura stimato: 6 min

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Anche il turismo come forma moderna di consumo  si è notevolmente diversificato nelgi ultimi decenni, abbandonando quella sorta di “turismo di massa fordista” che aveva predominato nei decenni precedenti e risentendo della pluralizzazione profonda che ha portato alla moltiplicazione e alla differenziazione delle fruizioni.

Come titolava il CENSIS nel 1983, “si è passati dalle vacanze ai turismi“, da una concezione stanziale e stereotipata del fare turismo a una pluralità di motivazioni, mete, tempi, vettori, e modalità che tendono alla personalizzazione e alla segmentazione dei mille turismi pensabili in una società che sembra saper moltiplicare all’infinito le occasioni che generano turismo.

Con lo sviluppo della globalizzazione, ora che il mondo e le distanze sono sempre più piccole e le possibilità di viaggiare illimitate, il turismo si trasforma. La parola d’ordine del nuovo millennio però non è più omologazione, ma personalizzazione, si lanciano  tendenze, si seguono le ambizioni ovunque esse conducano.  Si viaggia per essere diversi, per essere se stessi, ma soprattutto per essere qualcuno, si evitano ormai i percorsi standard di un turismo di massa ormai in controtendenza, che tende a spersonalizzare il viaggiatore. Come afferma Longo per il suo articolo per il Riformista: “non esistono più destinazioni improbabili, ma che ciò che conta ormai è solo come si viaggia”.

Ma quali sono i tratti salienti del turista postmoderno?
Possiamo affermare indubbiamente che si tratta di una figura più sensibile, matura, severa, esperta e informata grazie alle innovazioni tecnologiche, spinta dal desiderio di conoscere nuove culture e dall’aumento dell’età media che offre maggiori occasioni di viaggiare nell’arco della vita, è una figura che  richiede standard qualitativi sempre più elevati e che sta progressivamente abbandonando il turismo tradizionale di massa alla ricerca di una nuova collocazione.

E’ un viaggiatore che svolge forme di turismo diverse in momenti differenti,  che desidera vivere esperienze altamente personalizzate e coinvolgenti che consentano di vedere l’autentico, il vero, ciò che non  è ancora stato inquinato dalla quotidianità. E’ un visitatore che concepisce il viaggio non tanto come uno status symbol, bensì come un’esperienza personale da vivere per se stesso e per nessun altro.

Secondo tale ottica, la scoperta o meglio la ri-scoperta dei luoghi , delle loro tradizioni, usi e costumi, della loro peculiarità e possibilità di partecipare a momenti collettivi fortemente ricreativi che abbracciano l’emotività personale, si accreditano in quest’era come “esperienze positive“, capaci di lasciare un segno e che necessariamente sempre più spesso rifuggono da meccanismi di mercato tanto quanto i consumi.

Sempre più attento  alla qualità della vita, anche se non percepisce un reddito altissimo, è un turista disposto a modificare il comportamento, restringendo la durata dei soggiorni o rivedendo il tenore di vita abituale, ma non sicuramente rinunciando a viaggiare.

Ma dove si individuano le radici di questa nuova concezione di vacanza da parte di molti turisti?

La rivoluzione economica e antropologica che negli ultimi decenni ha interessato i consumi  e che ha lasciato alle spalle alcuni degli assiomi fondamentali delle teorie economiche passate ha avuto notevoli effetti anche sul settore turistico.

La distinzione per reddito, classe sociale, stili di vita, quali fattori in grado di prevedere e spiegare le scelte di consumo, principali elementi di discrezione degli assiomi tradizionali ad esempio, rappresentano ormai un approccio miope e anacronistico.

Se la classe sociale ha da sempre costituito per i sociologi ciò che il reddito ha rappresentato per gli economisti e se per tali studiosi in passato gli stili di consumo erano necessariamente dettati da queste due variabili, è’ grazie al contributo di Luhmann che  si inizia a spostare l’attenzione da una concezione di società stratificata  a una società differenziata.

Noi abitanti dei paesi industrializzati siamo stati i primi testimoni di come il passaggio alle moderne economie del benessere abbia consentito maggiori possibilità di scelta agli individui. Ovviamente grazie alla disponibilità di redditi più elevati il consumatore ha potuto rispondere a nuovi bisogni non primari e provato nuove esperienze, in poche parole è aumentata la sua discrezionalità. I bisogni sono diventati più complessi e difficilmente prevedibili, il lavoro e il consumo sono mutati in un fatto etico.

Soggetto esigente, scaltro, non più homo aeconomicus, abbandona la ricerca di uno status symbol e rifiuta le costrizioni sociali. Desideroso di appartenere ad una tribù ma egoista, privilegia le esperienze e i significati piuttosto che i semplici prodotti.

Il postmodernismo sembra essere diventato un vero e proprio fenomeno culturale che esalta la poliedricità della vita. Risulta infatti sempre più dimenticata la mentalità del “o…o…, che lascia ormai spazio alla logica comprensiva del “e…e…”. Ed è proprio su questa scia di pensiero che si inserisce la definizione più ristretta del turista postmoderno. Uriely definisce il turismo postmoderno attraverso tre variabili: limitata differenziazione tra esperienza quotidiana e turistica, moltiplicazione delle esperienze all’interno dello stesso momento turistico e soggettività dell’esperienza turistica. Se infatti in passato, l’esperienza turistica era definita come una sospensione temporanea, caratterizzata dal non-lavoro e dal relax, dagli anni novanta, questa visione subisce un cambiamento distinto. La gran parte delle attività che un tempo caratterizzavano tale esperienza, sono oggi disponibili in numerosi contesti della vita quotidiana,  un esempio probabilmente comune a tutti è quello che riguarda la cura del corpo (fitness, terme, palestra ecc.).

I confini sono sempre meno tracciati, spesso è l’attività lavorativa stessa a fondersi con momenti di relax e di turismo, basti pensare alle trasferte di formazione a cui partecipano molti manager e non solo.

Oggi si può affermare con certezza che la dicotomia lavoro/turismo ha ormai lasciato il posto ad un continuum di attività i cui poli sono rappresentati da situazioni in alcuni casi più orientate al lavoro e altre più orientate al turismo “puro”.

Per quanto riguarda la moltiplicazione delle esperienze all’interno dello stesso momento turistico Uriely sottolinea come sia sempre meno attendibile una teorizzazione sul turismo incentrata sulle motivazioni e i significati dell’esperienza turistica in sè, proprio perchè  i turisti all’interno di tali esperienze rivestono ruoli “inter-scambiabili e fluidi”, per usare le stesse parole dell’autore, ovvero la stessa attività turistica può infatti essere messa in atto per soddisfare bisogni completamente diversi.

L’autore ci porta all’attenzione un altro cambiamento già introdotto precedentemente dai numerosi studiosi del turismo postmoderno: la maggiore enfasi e carica significativa attribuita non più esclusivamente sugli “oggetti turistici” ma sui significati posti in essi. “Oggi non è tanto l’industria che crea degli oggetti che permettono al turista di svolgere il proprio ruolo, ma è il turista che, attraverso la propria attività designa determinati oggetti come turistici” (Uriely 2005).

Una tendenza che influenza molto il modo di vivere e di viaggiare nella società attuale è l’esigenza del rallentamento del tempo, il cosiddetto “slowliving”  che si contrappone al mainstream della velocità, del just-in-time, dell’efficienza ossessiva, dal regime assoluto dell’urgenza e dall’agitazione febbricitante e che prende le distanze dall’iperstimolazione o dalla concitazione sociale. Slowliving significa riscoprire e riassaporare i diversi piaceri dell’esistenza, cercare e apprezzare il riposo e la quiete, eccezionali momenti della vita che nella cultura che ci stiamo lasciando alle spalle venivano sminuiti, relegati ai margini o comunque considerati  tempi morti, una perdita di tempo che originava una specie di horror vacui.

Non deve sorprenderci dunque la curiosità diffusa nei confronti di alcune filosofie e discipline orientali quali lo yoga e la meditazione, in cui il tempo si dilata e la contemplazione e le pratiche salutistiche rivestono un ruolo di spicco.

Un altro trend è quello della “richiesta di autenticità“. Probabilmente tale bisogno di autenticità non è altro che l’evoluzione naturale dell’economia delle esperienze che ha a sua volta sostituito quella dei bisogni e dei desideri.

E cosa meglio dei due aspetti analizzati sopra, lo slowliving e la ricerca di autenticità può offrire grandi opportunità per forme di turismo alternative, quali ad esempio quello sosteItalianibile e culturale  in un Paese dai paesaggi caratteristici e dai borghi storici quale il nostro?