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Disabilità e felicitàTempo di lettura stimato: 3 min

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L’ ennesima impresa di Alex Zanardi, che è riuscito a trasformare la disgrazia del terribile incidente da pilota nel quale ha perso entrambi gli arti inferiori quindici anni fa, nell’inizio di una nuova fenomenale avventura sportiva nella Handbike, con la quale proprio nel corso di queste Paraolimpiadi di Rio ha portato a casa il terzo oro italiano.

In questi giorni, grazie alle Paraolimpiadi che si stanno tenendo a Rio de Janeiro con la partecipazione di 4350 atleti provenienti da 176 paesi è tornato all’attualità l’infelice tema della disabilità.

“La disabilità è la condizione di chi, in seguito a una o più menomazioni, ha una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente sociale rispetto a ciò che è considerata la norma, pertanto è meno autonomo nello svolgere le attività quotidiane e spesso in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale”.

Ma la disabilità implica realmente una ridotta capacità di avere un umore positivo e una vita felice?

La verità è che le circostanze permanenti della nostra vita hanno pochissima influenza sul benessere che proviamo e spesso le intuizioni in merito alla felicità sono un errore di previsione affettiva, ovvero di previsione delle emozioni e degli stati d’animo.

I successi e le immagini di questo evento sono diventate simbolo di una realtà con la quale è spesso difficile confrontarsi ma che testimonia quali grandi (e impensabili) traguardi personali si possano raggiungere con impegno, sacrificio e una grandissima forza di volontà, specie quelli legati al proprio appagamento e gratificazione.

Spesso siamo indotti a confondere e fare errori nella valutazione dello stato di benessere e sulla felicità di queste persone. Il quesito che si è posto in passato lo psicologo (e premio Nobel per l’economia) Daniel Kahneman, sul quale vi invito a riflette sembra oggi calzante più che mai:

Per quanta parte della giornata i paraplegici sono di cattivo umore?

E’ molto probabile che si associ l’umore di queste persone a quello immediatamente successivo all’incidente che le ha rese invalide. Ovviamente per un certo periodo iniziale gli individui resi da poco invalidi non penseranno altro che a quello e a provare rammarico, ma con il passare del tempo, a mano a mano che ci si abitua alla nuova situazione, il disabile presterà alla sua situazione sempre meno attenzione (fatta eccezione ovviamente per le disabilità che provocano dolore cronico o la depressione grave).

Degli studi hanno dimostrato come i paraplegici siano di ottimo umore per il 50% del tempo già dal mese successivo all’incidente, anche se ovviamente mostrano un umore meno spensierato quando pensano alla loro situazione.
Quando sono coinvolti in attività quali letture, serate con amici, lavoro e così via non sono molto diversi da qualsiasi altra persona ed è prevedibile che il loro benessere  sperimentato sia pressochè normale per la maggioranza del tempo. Quanto a felicità esperita dunque, non c’è davvero differenza  tra disabili e abili. E questo perchè  il pensare sempre meno a una situazione spiacevole porta all’adattamento verso tale situazione. E’ questa l’essenza dell'”illusione di focalizzazione” che può essere riassunta con questa frase semplice ma nella sua essenza disarmante:

“A ben pensarci, niente, nella vita, è importante come pensiamo che sia”